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Erano solo “attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche”: la banalità del male e le mani pulite dell’Italia

Era­no solo “atti­vi­tà di natu­ra tec­ni­ca e logi­sti­ca, non cine­ti­che”: se que­sta fra­se ci fa pen­sa­re a un impie­ga­to nazi­sta sot­to pro­ces­so piut­to­sto che alla comu­ni­ca­zio­ne isti­tu­zio­na­le di un Mini­ste­ro del­la Dife­sa di un pae­se euro­peo nel 2026, il pro­ble­ma è la nostra inge­nui­tà, per­ché è esat­ta­men­te qui che sia­mo arri­va­ti.
Quan­do l’I­ran ha accu­sa­to l’I­ta­lia di “com­pli­ci­tà nel­la guer­ra”, il pri­mo rifles­so del gover­no non è sta­to il dia­lo­go diplo­ma­ti­co, ma una chiu­su­ra erme­ti­ca. Imme­dia­ta­men­te è arri­va­to il comu­ni­ca­to stam­pa del Mini­ste­ro del­la Dife­sa dal tono ghiac­cia­to e aset­ti­co, per­fet­ta­men­te in linea con la tra­di­zio­ne del­le gran­di buro­cra­zie quan­do devo­no ammi­ni­stra­re la vio­len­za. Il testo si trin­ce­ra­va die­tro un’os­ses­sio­ne les­si­ca­le: l’I­ta­lia, si leg­ge­va, non ha auto­riz­za­to “atti­vi­tà cine­ti­che”, ma esclu­si­va­men­te “natu­ra tec­ni­ca e logi­sti­ca”.
Ed ecco con­su­mar­si il capo­la­vo­ro del­la distor­sio­ne seman­ti­ca. “Cine­ti­co” è un agget­ti­vo cli­ni­co, uti­liz­za­to per taci­ta­re le coscien­ze: ser­ve a far cre­de­re che fin­ché un dito ita­lia­no non abbia pre­mu­to il pul­san­te per il lan­cio di un mis­si­le, l’I­ta­lia sia fuo­ri dal­la guer­ra. È su que­sto scu­do seman­ti­co che si è appog­gia­to il vice­pre­mier Anto­nio Taja­ni, tra­du­cen­do il buro­cra­te­se in poli­ti­ca: “L’I­ta­lia non ha mai pre­so par­te ad azio­ni bel­li­che”. Una fra­se che, alla luce dei fat­ti suc­ces­si­vi, non è sta­ta una dife­sa, ma una rival­sa.
Infat­ti, a smen­ti­re que­sta gab­bia seman­ti­ca c’è un arti­co­lo del Cor­rie­re del­la Sera, che ha rive­la­to la real­tà dei fat­ti: dal­le basi ita­lia­ne – Sigo­nel­la, Avia­no, Ghe­di – sono decol­la­ti 500 aerei mili­ta­ri ame­ri­ca­ni per sup­por­ta­re l’o­pe­ra­zio­ne con­tro l’I­ran. Un con­tri­bu­to deter­mi­nan­te sui 4–5 mila voli tota­li euro­pei, avve­nu­to in assen­za di una riso­lu­zio­ne del­l’O­nu e sen­za che la Nato ne fos­se for­mal­men­te coin­vol­ta.
Di fron­te a que­sti nume­ri, la lita­nia del “non cine­ti­co” crol­la come un castel­lo di car­te. Un aereo car­go ame­ri­ca­no che atter­ra a Sigo­nel­la, si rifor­ni­sce, vie­ne cari­ca­to di muni­zio­ni “tec­ni­che” e ripar­te per bom­bar­da­re il Medio Orien­te non sta facen­do la spe­sa. È l’in­gra­nag­gio fon­da­men­ta­le di un mec­ca­ni­smo di mor­te. Nega­re la com­pli­ci­tà per­ché man­ca l’at­to fina­le è come dire che chi for­ni­sce l’ar­ma e il pro­iet­ti­le non ha nul­la a che fare con l’o­mi­ci­dio.
Per ren­de­re anco­ra più grot­te­sco il qua­dro, il comu­ni­ca­to del Mini­ste­ro – scrit­to pri­ma che i nume­ri diven­tas­se­ro di domi­nio pub­bli­co – ten­ta­va di anti­ci­pa­re ogni cri­ti­ca sca­ri­can­do la col­pa sul Segre­ta­rio gene­ra­le del­la Nato, Rut­te, accu­san­do­lo di fare “rico­stru­zio­ni total­men­te fal­la­ci”. Ma se il nume­ro uno del­la Nato va in tele­vi­sio­ne a dire che 500 aerei Usa sono decol­la­ti dal­l’I­ta­lia per l’o­pe­ra­zio­ne bel­li­ca, o Rut­te sta men­ten­do spu­do­ra­ta­men­te, o il nostro gover­no si sta nascon­den­do die­tro un buco nor­ma­ti­vo. In entram­bi i casi, la nar­ra­zio­ne del­l’I­ta­lia “spet­ta­tri­ce impar­zia­le” va in pez­zi.
E la fin­zio­ne vacil­la del tut­to se guar­dia­mo oltre con­fi­ne. La Spa­gna ha det­to di no. Il gover­no di Pedro Sán­chez ha chiu­so lo spa­zio aereo e ha nega­to l’u­so del­le basi per i voli diret­ti in Medio Orien­te, sca­te­nan­do la furia di Trump. La lezio­ne poli­ti­ca è ine­qui­vo­ca­bi­le: non esi­ste­va un obbli­go ine­lu­di­bi­le. L’I­ta­lia ave­va la stes­sa liber­tà di dire no. Ha scel­to di non far­lo, pre­fe­ren­do nascon­der­si die­tro i trat­ta­ti del 1951 e la scu­sa del­la “pro­ce­du­ra auto­ma­ti­ca” teo­riz­za­ta dal Mini­ste­ro.
Qui risie­de la vera, inquie­tan­te attua­li­tà del­la “bana­li­tà del male” teo­riz­za­ta da Han­nah Arendt. L’Oc­ci­den­te ha per­fe­zio­na­to il suo siste­ma: non ha più biso­gno di sguai­na­re la spa­da. Oggi si ammi­ni­stra la vio­len­za dai cubi­co­li cli­ma­tiz­za­ti di un mini­ste­ro.
Quel comu­ni­ca­to del­la Dife­sa è l’e­sem­pio per­fet­to di quel­l’i­po­cri­sia bor­ghe­se che Aimé Césai­re sma­sche­ra­va nel Discor­so sul colo­nia­li­smo: l’ar­te di usa­re la lega­li­tà for­ma­le per legit­ti­ma­re l’in­giu­sti­zia sostan­zia­le. Noi for­nia­mo i ter­ri­to­ri, le piste di decol­lo, i por­ti. For­nia­mo l’os­sa­tu­ra tec­ni­ca che ren­de pos­si­bi­le la distru­zio­ne, ci riser­via­mo il lus­so di man­te­ne­re intat­ta la nostra auto com­pia­cen­za mora­le, e se qual­cu­no osa nota­re l’e­vi­den­za, lo bol­lia­mo – come fa il Mini­ste­ro – come fau­to­re di “inu­ti­li e pre­te­stuo­se pole­mi­che”.
Solo che chi for­ni­sce le rota­ie per il tre­no che por­ta alla cata­stro­fe è par­te inte­gran­te del mec­ca­ni­smo. E quan­do 500 aerei da guer­ra decol­la­no dal nostro suo­lo men­tre il gover­no li chia­ma “voli di rou­ti­ne”, la demo­cra­zia non sta difen­den­do la pace. Sta solo impa­ran­do a lavar­si le mani pri­ma del delit­to.

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