Lucia Musti, procuratrice generale di Torino, all’inaugurazione dell’anno giudiziario (31/01/2026) fa un discorso che suona come un editoriale mainstream. Stessi toni, stessa narrazione, stessa operazione, trasformare la contestazione in criminalità organizzata.
Il metodo
“Agire sistematico e organizzato” — dice la Musti parlando dei cortei. Sempre le stesse persone, “vecchi capi che incitano a distanza”, “nuovi capi sul campo”, “manovalanza varia”. Insomma, la vecchia retorica degli anni di piombo, Se protesti in modo continuativo, se ti organizzi, sei automaticamente un’organizzazione criminale.
La Musti dedica ampio spazio, a quello che definisce “reclutamento” al liceo Einstein: secondo lei, si tratta del presidio davanti alla scuola e del campeggio a settembre, dove studenti minorenni vengono “indottrinati” e “indirizzati all’agire illegale”.
Stiamo parlando di studenti che vanno a una manifestazione, non di arruolamento in un’organizzazione criminale. Ma il linguaggio è quello: “reclutamento”, “indottrinamento”, “manovalanza”. Come se organizzare studenti contro il genocidio a Gaza fosse equiparabile a terrorismo.
L’escalation del nulla
Musti elenca i siti delle manifestazioni come parte di un’escalation “impressionante” di comportamenti “violenti”: “dal 22 settembre al 28 novembre 2025: stazioni Porta Nuova e Porta Susa, Palazzo Nuovo, aeroporto Sandro Pertini, sede Ogr, azienda Leonardo, Città metropolitana di Torino, sede del quotidiano La Stampa”.
“Escalation impressionante” — di cosa? Danneggiamenti, lesioni, resistenze. Ma anche “condotte non punite penalmente” come “limitazione della libertà di locomozione”. Traduzione: manifestazioni che bloccano il traffico. Che Musti equipara a violenza organizzata.
L’upper class complice
E qui arriva il punto rivelatore: l’attacco alla “upper class torinese” colpevole di “benevola tolleranza”, di “lettura compiacente”, di popolare “l’area grigia di matrice colta e borghese”.
Ma chi è questa upper class? Chi sono questi intellettuali complici? Musti non fa nomi, ma il bersaglio è chiaro: chiunque non criminalizza automaticamente ogni forma di protesta. Chiunque distingua tra manifestazione e terrorismo. Chiunque osi dire che forse, forse, contestare La Stampa per la sua copertura del genocidio non è violenza ma critica.
Il capovolgimento
Il meccanismo è semplice:
I manifestanti che contestano La Stampa sono un’organizzazione criminale.
Gli intellettuali che non li condannano sono l’area grigia complice.
La procura che li indaga difende la democrazia.
È esattamente il metodo della stampa mainstreat: chi è vittima diventa colpevole, trasformare la critica in crimine, dipingere chi protesta come nemico dello Stato.
Nel lungo discorso di Musti manca qualcosa. Manca ad esempio:
Perché quei ragazzi contestavano Leonardo (industria bellica che fornisce armi a Israele).
Perché contestavano La Stampa (propaganda genocidaria).
Manca il contenuto politico delle proteste. Resta solo la forma: violenza, organizzazione, crimine.
È la tecnica classica: svuotare la protesta del suo significato, ridurla a puro disordine. Così non devi rispondere alle ragioni, basta reprimere le azioni.
La lezione di Glorioso
La Musti cita Mauro Glorioso, vittima del lancio di una bici dai Murazzi, che lo ha reso tetraplegico, che ha detto: “Non mi interessa la vendetta, mi fido dello Stato”. Nobile. Ma usare una vittima di violenza per legittimare la repressione del dissenso politico è strumentale.
La Musti parla di una “Torino sotto scacco di pochi ma violenti facinorosi”. Ma Torino non è sotto scacco dei manifestanti. È sotto scacco di:
Un’informazione concentrata in poche mani (Elkann).
Un’industria bellica che lucra sul genocidio (Leonardo).
Una magistratura che criminalizza il dissenso invece di indagare i veri crimini. La procuratrice generale dovrebbe indagare chi fornisce armi per ammazzare bambini a Gaza, non chi protesta.
Conclusione
Il discorso della Musti non è un’analisi giuridica. È un pezzo politico, perfettamente allineato con la narrazione dei media mainstream: i manifestanti sono criminali organizzati, gli intellettuali che non li condannano sono complici, lo Stato che li reprime difende la “democrazia”.
È la banalità di un male burocratico. Una procuratrice che usa il linguaggio militare dell’emergenza terroristica per descrivere studenti che bloccano il traffico. Che parla di “reclutamento” e “indottrinamento” per manifestazioni studentesche. Che attacca l’ ”upper class” colpevole di non criminalizzare abbastanza.
La Musti non difende la legalità. Difende l’ordine. E l’ordine, a Torino, è quello di Elkann, di Leonardo.
In altri tempi, in altre piazze, questa sarebbe stata chiamata “giustizia di classe”, “giustizia borghese”. Ma oggi usiamo termini più eleganti, più politicamente corretti, come “tutela dell’ordine democratico”.
Ma dopo un discorso del genere siamo ancora convinti che la magistratura sia indipendente dal potere politico e quindi dal potere finanziario? O forse dovremmo ammettere che quando il potere chiama, anche la toga, bianca, rossa, verde o a pallini risponde?
E allora il referendum sulla separazione delle carriere — quello che dovrebbe “garantire l’indipendenza della magistratura” — a cosa serve davvero? A proteggere i cittadini da magistrati troppo zelanti o a proteggere il potere da magistrati troppo autonomi? Perché a sentire la Musti, di autonomia ce n’è già poca.