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Liliana Segre e l’immunizzazione della memoria

Il 27 gen­na­io 2025 Lilia­na Segre ha pro­nun­cia­to in Sena­to un discor­so che meri­ta un’a­na­li­si cri­ti­ca, non per man­can­za di rispet­to ver­so la sua testi­mo­nian­za, ma pro­prio per­ché quel­la testi­mo­nian­za vie­ne usa­ta per ope­ra­zio­ni poli­ti­che pre­ci­se.

La tesi cen­tra­le del discor­so è que­sta: si può par­la­re di Gaza nel Gior­no del­la Memo­ria, ma non si può usa­re Gaza “con­tro” il Gior­no del­la Memo­ria. Que­sta distin­zio­ne appa­ren­te­men­te ragio­ne­vo­le nascon­de in real­tà un’o­pe­ra­zio­ne di blin­da­tu­ra: la memo­ria del­la Shoah vie­ne tra­sfor­ma­ta in uno scu­do che impe­di­sce qual­sia­si com­pa­ra­zio­ne con le tra­ge­die con­tem­po­ra­nee e in par­ti­co­la­re con quel­la pale­sti­ne­se.

La Segre affer­ma che cri­ti­ca­re le poli­ti­che israe­lia­ne equi­va­le ad appli­ca­re una “col­pa col­let­ti­va” agli ebrei. Ma qui com­pie una sosti­tu­zio­ne deli­be­ra­ta quel­la che cri­ti­ca­re lo Sta­to di Israe­le equi­va­le ad accu­sa­re “tut­ti gli ebrei ovun­que nel mon­do”. Que­sta sovrap­po­si­zio­ne tra anti­sio­ni­smo e anti­se­mi­ti­smo è fun­zio­na­le a dele­git­ti­ma­re qual­sia­si cri­ti­ca a Israe­le. Mol­ti soprav­vis­su­ti alla Shoah han­no espres­so cri­ti­che duris­si­me alle poli­ti­che israe­lia­ne pro­prio in nome del­la memo­ria, ma que­sto non vie­ne mai men­zio­na­to.

Il pas­sag­gio cru­cia­le è quan­do dice che il Gior­no del­la Memo­ria “non è per gli ebrei, è prin­ci­pal­men­te per tut­ti gli altri”. Que­sta uni­ver­sa­liz­za­zio­ne ha una fun­zio­ne ideo­lo­gi­ca pre­ci­sa: spo­sta­re il focus dai per­pe­tra­to­ri con­tem­po­ra­nei alle vit­ti­me sto­ri­che, ren­den­do impos­si­bi­le qual­sia­si paral­le­li­smo. L’e­len­co del­le tra­ge­die attua­li, spe­cial­men­te quel­la di Gaza, vie­ne pre­sen­ta­to come moral­men­te equi­va­len­te, neu­tra­liz­zan­do la spe­ci­fi­ci­tà del­la que­stio­ne pale­sti­ne­se e soprat­tut­to la com­pli­ci­tà occi­den­ta­le in quel­la par­ti­co­la­re oppres­sio­ne.

La par­te fina­le del discor­so spo­sta il pro­ble­ma sul­le piat­ta­for­me digi­ta­li. Non si inter­ro­ga­no le cau­se mate­ria­li del­l’an­ti­se­mi­ti­smo o le con­trad­di­zio­ni del­la poli­ti­ca israe­lia­na, ma si iden­ti­fi­ca la minac­cia nel­la “dif­fu­sio­ne” del­le idee. La solu­zio­ne è tec­no­cra­ti­ca: rego­la­re, con­trol­la­re, fil­tra­re. Ma chi deci­de cosa è anti­se­mi­ti­smo e cosa è legit­ti­ma cri­ti­ca a uno Sta­to? Il rife­ri­men­to a Goeb­bels e alla “pro­pa­gan­da” rischia di esse­re un boo­me­rang: se esi­ste una mac­chi­na di pro­pa­gan­da oggi, que­sta ope­ra attra­ver­so i media main­stream che costrui­sco­no il con­sen­so per le poli­ti­che occi­den­ta­li.

Il discor­so ope­ra attra­ver­so una serie di inver­sio­ni: si par­la di “ritor­sio­ni” con­tro il Gior­no del­la Memo­ria, ma non del­le ritor­sio­ni israe­lia­ne con­tro Gaza. Si denun­cia la “ven­det­ta sul­le vit­ti­me di allo­ra”, ma non si nomi­na quel­lo che acca­de alle vit­ti­me di oggi. Si chie­de “con­ver­gen­za tra­sver­sa­le” con­tro l’an­ti­se­mi­ti­smo, ma non con­tro ciò che sta avve­nen­do in Pale­sti­na.

Il risul­ta­to è una memo­ria ste­ri­liz­za­ta, tra­sfor­ma­ta in rito cele­bra­ti­vo che non deve distur­ba­re l’or­di­ne geo­po­li­ti­co pre­sen­te. “Mai più” diven­ta così un impe­ra­ti­vo vali­do solo retro­spet­ti­va­men­te, mai per le tra­ge­die che si svol­go­no sot­to i nostri occhi con la com­pli­ci­tà del­l’Oc­ci­den­te. La memo­ria non è più un’ar­ma cri­ti­ca per inter­ro­ga­re il pre­sen­te, ma un pri­vi­le­gio che esen­ta dal­la cri­ti­ca. Le vit­ti­me sto­ri­che con­fe­ri­sco­no uno sta­tu­to mora­le che ren­de inac­cet­ta­bi­le qual­sia­si com­pa­ra­zio­ne, tra­sfor­man­do la Shoah in uno scu­do per legit­ti­ma­re poli­ti­che con­tem­po­ra­nee.

La vera doman­da che il discor­so non può por­si è: cosa suc­ce­de­reb­be se pren­des­si­mo sul serio l’u­ni­ver­sa­li­tà degli inse­gna­men­ti del­la Shoah e li appli­cas­si­mo non come pri­vi­le­gio ma come respon­sa­bi­li­tà, non come immu­niz­za­zio­ne ma come len­te cri­ti­ca per guar­da­re tut­te le for­me di oppres­sio­ne, com­pre­se quel­le per­pe­tra­te in nome del­le vit­ti­me sto­ri­che?

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