lunedì, Marzo 2, 2026
HomeSquarci QuotidianiTorino, 31 gennaio: quello che ci hanno raccontato

Torino, 31 gennaio: quello che ci hanno raccontato

Il 31 gen­na­io 2026, deci­ne di miglia­ia per­so­ne han­no attra­ver­sa­to Tori­no. Fami­glie, stu­den­ti, lavo­ra­to­ri, pen­sio­na­ti, col­let­ti­vi, sin­da­ca­ti di base, comi­ta­ti per la casa. Il cor­teo era lun­go chi­lo­me­tri. Per tre ore ha per­cor­so la cit­tà in modo paci­fi­co: rumo­ro­so, deter­mi­na­to, ma paci­fi­co. Era la mani­fe­sta­zio­ne più gran­de che Tori­no aves­se visto da anni.

Però non lo sap­pia­mo per­ché la stam­pa main­stream non c’è l’ha rac­con­ta­to.

Sap­pia­mo però che un poli­ziot­to è sta­to pesta­to. Si chia­ma Ales­san­dro Cali­sta, 29 anni, spo­sa­to, un figlio. I gior­na­li l’han­no chia­ma­to “Ale”. Cono­scia­mo, il suo vol­to, la sua sto­ria, la sua fami­glia. Abbia­mo visto la foto di Melo­ni al suo let­to d’o­spe­da­le, il gior­no dopo.

Quel­lo che non sap­pia­mo è come si chia­ma­no i mani­fe­stan­ti con la fac­cia insan­gui­na­ta. Non lo sap­pia­mo per­ché nes­sun gior­na­le glie­l’­ha chie­sto. I mani­fe­stan­ti non han­no nome, rien­tra­no solo in cate­go­rie pre­de­fi­ni­te: “black bloc”, “anta­go­ni­sti”, “Bri­ga­ta del Mar­tel­lo”. Da un lato un nome, un vol­to, una fami­glia. Dal­l’al­tro del­le cate­go­rie.

Que­sto però non è un caso. È un mec­ca­ni­smo del­la stam­pa main­stream.

Tori­no non è una cit­tà che pro­te­sta per capric­cio. È una cit­tà che ha per­so due­cen­to­mi­la abi­tan­ti e la sua ragio­ne d’es­se­re. «Si può affer­ma­re che Tori­no è la Fiat, come la Fiat è Tori­no», scri­ve­va Gio­van­ni Caroc­ci nel­la sua Inchie­sta alla Fiat. La Fiat non c’è qua­si più, non c’è più nean­che il nome. Quel­lo che resta sono vuo­ti indu­stria­li, peri­fe­rie abban­do­na­te, «un ascen­so­re che non par­te mai», e una voca­zio­ne turi­sti­ca inven­ta­ta per copri­re il vuo­to. Le bar­rie­re ope­ra­ie che vota­va­no PCI al 75% oggi vota­no Fra­tel­li d’I­ta­lia, se vota­no. Non è un capo­vol­gi­men­to ideo­lo­gi­co: «è una tra­sfor­ma­zio­ne antro­po­lo­gi­ca pro­fon­da», come la defi­ni­sce Revel­li, nel­l’in­ter­vi­sta al «Cor­rie­re Tori­no» del 30 novem­bre 2025. Gen­te a cui è sta­to pro­mes­so qual­co­sa che non è mai arri­va­to.

È in que­sto con­te­sto che il 18 dicem­bre 2025, il gover­no Melo­ni sgom­be­ra l’A­ska­ta­su­na; un cen­tro socia­le che esi­ste­va da tren­t’an­ni nel quar­tie­re di Van­chi­glia. Non uno spa­zio occu­pa­to e fine a sé stes­so, ma uno spa­zio dove si face­va assi­sten­za lega­le, dopo­scuo­la, distri­bu­zio­ne ali­men­ta­re, con­cer­ti, assem­blee. Il mini­stro Pian­te­do­si lo usa come scal­po da por­ta­re al suo elet­to­ra­to. Al suo posto resta un edi­fi­cio vuo­to, con gli inter­ni deva­sta­ti, pre­si­dia­to ven­ti­quat­tr’o­re su ven­ti­quat­tro dal­la poli­zia. Vuo­to ma sor­ve­glia­to. Lo spa­zio non dove­va fun­zio­na­re per qual­cun altro: dove­va non fun­zio­na­re per nes­su­no.

Il quar­tie­re si mobi­li­ta. Tori­no si mobi­li­ta. Il 31 gen­na­io, deci­ne di miglia­ia di per­so­ne in piaz­za.

Ma di loro nei tito­li del 1° feb­bra­io, nes­su­na trac­cia. Entra­no solo gli scon­tri.

Guar­dia­mo alcu­ni tito­li: «Cor­rie­re del­la Sera», “Lan­cio di petar­di e bom­be car­ta, un blin­da­to del­la poli­zia va in fiam­me”, “I fuo­chi d’ar­ti­fi­cio spa­ra­ti ad altez­za d’uo­mo in cor­so Regi­na Mar­ghe­ri­ta”; «La Stam­pa», “Maz­ze, fuo­chi e scu­di d’acciaio. Chi c’è die­tro i 700 del bloc­co nero che ha deva­sta­to Tori­no”, “Le imma­gi­ni da cor­so Regi­na Mar­ghe­ri­ta: cas­so­net­ti incen­dia­ti, sas­si e bom­be car­ta”, “L’atto d’accusa del­la pro­cu­ra­tri­ce Lucia Musti: «Un pez­zo di bor­ghe­sia è coi vio­len­ti»”; «La Repub­bli­ca», “Deva­sta­zio­ne e vio­len­ze al cor­teo per Aska­ta­su­na, mar­tel­la­te a un agen­te”; «Il Fat­to Quo­ti­dia­no»; “Scon­tri dopo il cor­teo per Aska­ta­su­na: bom­be car­ta, cas­so­net­ti in fiam­me, a fuo­co anche un blin­da­to”.

Met­ten­do­li in fila, non ser­vo­no com­men­ti. Par­la­no da soli. Tut­ti con­cen­tra­ti sul­le ulti­me ore di una gior­na­ta che ne è dura­ta sei. Le ore paci­fi­che non esi­sto­no.

Il bilan­cio: 103 agen­ti feri­ti, pri­ma pagi­na, nome e cogno­me del più gra­ve (dimes­so dal­l’o­spe­da­le la sera del 1° feb­bra­io), foto di Melo­ni in ospe­da­le. Mani­fe­stan­ti feri­ti, lacri­mo­ge­ni ad altez­za uomo, pestag­gi docu­men­ta­ti in video appar­si sui social, nul­la. Non è che i gior­na­li abbia­no nasco­sto que­sti fat­ti: sem­pli­ce­men­te non li han­no con­si­de­ra­ti noti­zia. L’a­sim­me­tria non sta nel giu­di­zio, sta nel­la sele­zio­ne e nel­la prio­ri­tà del­le noti­zie.

La pro­cu­ra­tri­ce gene­ra­le di Tori­no Lucia Musti, nel suo discor­so di inau­gu­ra­zio­ne del­l’an­no giu­di­zia­rio, pri­ma degli scon­tri, pri­ma del­la mani­fe­sta­zio­ne, pri­ma di tut­to, ave­va già par­la­to di cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta a pro­po­si­to dei movi­men­ti. Non dopo i fat­ti: pri­ma. Ave­va sem­pli­ce­men­te pre­pa­ra­to il ter­re­no.

Poi gli scon­tri, che nes­su­no nega. Poi Melo­ni in ospe­da­le. Poi il decre­to sicu­rez­za. Una sequen­za non è casua­le: sgom­be­ro, cri­mi­na­liz­za­zio­ne pre­ven­ti­va, mani­fe­sta­zio­ne, scon­tri, vit­ti­miz­za­zio­ne, legi­sla­zio­ne. Ogni pas­sag­gio pre­pa­ra il suc­ces­si­vo. Ogni pas­sag­gio appa­re come rea­zio­ne a un’e­mer­gen­za. Ma la sequen­za vi può vede­re chia­ra­men­te che l’e­mer­gen­za è il pro­dot­to, non la cau­sa.

E non è la pri­ma vol­ta.

Pisa, feb­bra­io 2024: la poli­zia cari­ca stu­den­ti in piaz­za per la Pale­sti­na. Roma, otto­bre 2024: man­ga­nel­la­te su un cor­teo auto­riz­za­to. Mila­no, apri­le 2025: cari­che con­tro un cor­teo pro Pale­sti­na e con­tro il decre­to sicu­rez­za Lo scio­pe­ro gene­ra­le di set­tem­bre 2025: fer­mi, denun­ce, fogli di via. Udi­ne, otto­bre 2025. Roma, otto­bre 2025. Tori­no, gen­na­io 2026.

Se li met­tia­mo in fila, vedia­mo un pat­tern che non ha biso­gno di com­men­ti. Non sono inci­den­ti, è una scel­ta poli­ti­ca, dove ogni epi­so­dio pro­du­ce lo stes­so ciclo: scon­tri, tito­li sul­la vio­len­za dei mani­fe­stan­ti, decre­to sicu­rez­za. Il dis­sen­so diven­ta emer­gen­za. L’e­mer­gen­za diven­ta leg­ge. La leg­ge restrin­ge lo spa­zio del dis­sen­so suc­ces­si­vo. E il ciclo rico­min­cia.

Ma a chi ser­ve tut­to que­sto?

Non cer­to a chi era in piaz­za, che vole­va­no lo spa­zio resti­tui­to e il ddl sicu­rez­za riti­ra­to, e han­no otte­nu­to un decre­to più duro. Non ad Aska­ta­su­na, che ha per­so la sede e gua­da­gna­to pro­ce­di­men­ti pena­li per i mili­tan­ti. Non ai movi­men­ti, che ora sono più iso­la­ti di pri­ma.

Ser­ve al gover­no, che ha usa­to gli scon­tri per giu­sti­fi­ca­re il decre­to che ave­va già pron­to? Ser­ve a una nar­ra­zio­ne secu­ri­ta­ria, che pos­sa tra­sfor­ma­re il con­flit­to socia­le in un pro­ble­ma di ordi­ne pub­bli­co? Ser­ve a can­cel­la­re la doman­da: per­ché tut­te quel­le per­so­ne era­no in piaz­za?

Per­ché nes­su­no, nes­sun tito­lo, nes­sun edi­to­ria­le, nes­su­na inter­vi­sta, ha chie­sto per­ché?

Ma for­se la doman­da giu­sta non è per­ché, ma chi: la doman­da che nes­su­no fa.

Chi pos­sie­de i gior­na­li che han­no costrui­to que­sta nar­ra­zio­ne? La Stam­pa, il gior­na­le di Tori­no, appar­tie­ne a GEDI, pro­prie­tà del­la fami­glia Elkann. Repub­bli­ca è stes­so grup­po. Due testa­te, stes­sa pro­prie­tà (anche se le due testa­te sono in ven­di­ta), stes­so fra­me. La “liber­tà di stam­pa” in mano a un padro­ne è liber­tà o è pro­prie­tà? E la pro­prie­tà ha degli inte­res­si?

Chi pro­du­ce le armi che i movi­men­ti con­te­sta­no? Leo­nar­do, il colos­so del­la dife­sa con sedi in varie cit­tà, che ha con­trat­ti con Israe­le, con l’A­ra­bia Sau­di­ta, con mez­zo mon­do. I cor­tei degli ulti­mi mesi sono pas­sa­ti davan­ti alle sedi. La con­nes­sio­ne tra chi pro­du­ce armi, chi pos­sie­de i gior­na­li che cri­mi­na­liz­za­no chi pro­te­sta con­tro quel­le armi, e chi gover­na, non è com­plot­ti­smo. È la strut­tu­ra del­l’e­co­no­mia ita­lia­na, veri­fi­ca­bi­le, docu­men­ta­ta, pub­bli­ca.

C’è un dato che qua­si nes­su­no ha col­le­ga­to. Revel­li lo ha fat­to, nel­l’in­ter­vi­sta al «Cor­rie­re Tori­no» di novem­bre. Le bar­rie­re ope­ra­ie di Tori­no, come Bar­rie­ra di Mila­no e Bor­go San Pao­lo, le zone dove la pro­te­sta ha sem­pre cova­to, era­no ros­se. Oggi non è che quel­la gen­te sia diven­ta­ta fasci­sta. È che non si vede un futu­ro, le fab­bri­che han­no chiu­so, le pro­mes­se non sono arri­va­te, e chi pro­met­te­va da sini­stra ha smes­so di far­si vede­re.

In mez­zo, il vuo­to. E nel vuo­to cova la rab­bia. Una rab­bia che non ha ideo­lo­gia (come dice Revel­li, «non ce n’è nem­me­no un gram­mo»), ma che però ha cau­se mate­ria­li con­cre­te. Quan­do deci­ne di miglia­ia di per­so­ne scen­do­no in piaz­za, non scen­do­no per un’i­dea astrat­ta. Scen­do­no per­ché la casa costa trop­po, il lavo­ro non c’è o è pre­ca­rio, la sani­tà pub­bli­ca vie­ne smon­ta­ta pez­zo a pez­zo e pri­va­tiz­za­ta, gli spa­zi dove sta­re insie­me chiu­do­no, e chi gover­na rispon­de con i man­ga­nel­li.

E poi ci stu­pia­mo se qual­cu­no rea­gi­sce?

«Se nei pro­ta­go­ni­sti del­le enor­mi mani­fe­sta­zio­ni di que­sti mesi ci fos­se anche solo un’ombra di spi­ri­to ter­ro­ri­sti­co, sarem­mo già di fron­te a un’insurrezione» (Revel­li). Deci­ne di miglia­ia di per­so­ne in piaz­za, mesi di cor­tei, e nes­su­na insur­re­zio­ne. La nar­ra­zio­ne degli anni di piom­bo, evo­ca­ta da Cro­set­to, da Melo­ni, per­si­no dal­l’ex magi­stra­to Casel­li che cita il car­di­nal Mar­ti­ni: «chi get­ta il sas­so oggi doma­ni impu­gne­rà la pisto­la», non reg­ge alla logi­ca. È solo uno spau­rac­chio agi­ta­to per giu­sti­fi­ca­re la repres­sio­ne di un con­flit­to socia­le che ha cau­se pre­ci­se, nomi pre­ci­si, respon­sa­bi­li­tà pre­ci­se.

Ma nomi­na­re le cau­se, i nomi, le respon­sa­bi­li­tà por­ta fuo­ri dal fra­me. Den­tro il fra­me c’è solo: vio­len­za sì, vio­len­za no. Un dibat­ti­to infi­ni­to su nien­te, men­tre il decre­to pas­sa, lo spa­zio si chiu­de, e alla pros­si­ma mani­fe­sta­zio­ne avrem­mo meno dirit­ti del­la pre­ce­den­te.

La doman­da non è se la vio­len­za è giu­sta o sba­glia­ta. La doman­da è: per­ché deci­ne di miglia­ia di per­so­ne era­no in piaz­za, nes­su­no ce lo ha rac­con­ta­to?

Articoli Suggeriti

No Social Corporativi

Rifiutiamo di fornire contenuti gratuiti alle piattaforme che monetizzano l'attenzione e manipolano il discorso pubblico tramite l'uso di algoritmi proprietari.
Seguici nel web libero

Real­ly Sim­ple Syn­di­ca­tion

Leggi la guida RSS

Ultimi Articoli

Articoli Popolari

Categorie Popolari

Tag

Il Velo di Maya