Il 31 gennaio 2026, decine di migliaia persone hanno attraversato Torino. Famiglie, studenti, lavoratori, pensionati, collettivi, sindacati di base, comitati per la casa. Il corteo era lungo chilometri. Per tre ore ha percorso la città in modo pacifico: rumoroso, determinato, ma pacifico. Era la manifestazione più grande che Torino avesse visto da anni.
Però non lo sappiamo perché la stampa mainstream non c’è l’ha raccontato.
Sappiamo però che un poliziotto è stato pestato. Si chiama Alessandro Calista, 29 anni, sposato, un figlio. I giornali l’hanno chiamato “Ale”. Conosciamo, il suo volto, la sua storia, la sua famiglia. Abbiamo visto la foto di Meloni al suo letto d’ospedale, il giorno dopo.
Quello che non sappiamo è come si chiamano i manifestanti con la faccia insanguinata. Non lo sappiamo perché nessun giornale gliel’ha chiesto. I manifestanti non hanno nome, rientrano solo in categorie predefinite: “black bloc”, “antagonisti”, “Brigata del Martello”. Da un lato un nome, un volto, una famiglia. Dall’altro delle categorie.
Questo però non è un caso. È un meccanismo della stampa mainstream.
Torino non è una città che protesta per capriccio. È una città che ha perso duecentomila abitanti e la sua ragione d’essere. «Si può affermare che Torino è la Fiat, come la Fiat è Torino», scriveva Giovanni Carocci nella sua Inchiesta alla Fiat. La Fiat non c’è quasi più, non c’è più neanche il nome. Quello che resta sono vuoti industriali, periferie abbandonate, «un ascensore che non parte mai», e una vocazione turistica inventata per coprire il vuoto. Le barriere operaie che votavano PCI al 75% oggi votano Fratelli d’Italia, se votano. Non è un capovolgimento ideologico: «è una trasformazione antropologica profonda», come la definisce Revelli, nell’intervista al «Corriere Torino» del 30 novembre 2025. Gente a cui è stato promesso qualcosa che non è mai arrivato.
È in questo contesto che il 18 dicembre 2025, il governo Meloni sgombera l’Askatasuna; un centro sociale che esisteva da trent’anni nel quartiere di Vanchiglia. Non uno spazio occupato e fine a sé stesso, ma uno spazio dove si faceva assistenza legale, doposcuola, distribuzione alimentare, concerti, assemblee. Il ministro Piantedosi lo usa come scalpo da portare al suo elettorato. Al suo posto resta un edificio vuoto, con gli interni devastati, presidiato ventiquattr’ore su ventiquattro dalla polizia. Vuoto ma sorvegliato. Lo spazio non doveva funzionare per qualcun altro: doveva non funzionare per nessuno.
Il quartiere si mobilita. Torino si mobilita. Il 31 gennaio, decine di migliaia di persone in piazza.
Ma di loro nei titoli del 1° febbraio, nessuna traccia. Entrano solo gli scontri.
Guardiamo alcuni titoli: «Corriere della Sera», “Lancio di petardi e bombe carta, un blindato della polizia va in fiamme”, “I fuochi d’artificio sparati ad altezza d’uomo in corso Regina Margherita”; «La Stampa», “Mazze, fuochi e scudi d’acciaio. Chi c’è dietro i 700 del blocco nero che ha devastato Torino”, “Le immagini da corso Regina Margherita: cassonetti incendiati, sassi e bombe carta”, “L’atto d’accusa della procuratrice Lucia Musti: «Un pezzo di borghesia è coi violenti»”; «La Repubblica», “Devastazione e violenze al corteo per Askatasuna, martellate a un agente”; «Il Fatto Quotidiano»; “Scontri dopo il corteo per Askatasuna: bombe carta, cassonetti in fiamme, a fuoco anche un blindato”.
Mettendoli in fila, non servono commenti. Parlano da soli. Tutti concentrati sulle ultime ore di una giornata che ne è durata sei. Le ore pacifiche non esistono.
Il bilancio: 103 agenti feriti, prima pagina, nome e cognome del più grave (dimesso dall’ospedale la sera del 1° febbraio), foto di Meloni in ospedale. Manifestanti feriti, lacrimogeni ad altezza uomo, pestaggi documentati in video apparsi sui social, nulla. Non è che i giornali abbiano nascosto questi fatti: semplicemente non li hanno considerati notizia. L’asimmetria non sta nel giudizio, sta nella selezione e nella priorità delle notizie.
La procuratrice generale di Torino Lucia Musti, nel suo discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario, prima degli scontri, prima della manifestazione, prima di tutto, aveva già parlato di criminalità organizzata a proposito dei movimenti. Non dopo i fatti: prima. Aveva semplicemente preparato il terreno.
Poi gli scontri, che nessuno nega. Poi Meloni in ospedale. Poi il decreto sicurezza. Una sequenza non è casuale: sgombero, criminalizzazione preventiva, manifestazione, scontri, vittimizzazione, legislazione. Ogni passaggio prepara il successivo. Ogni passaggio appare come reazione a un’emergenza. Ma la sequenza vi può vedere chiaramente che l’emergenza è il prodotto, non la causa.
E non è la prima volta.
Pisa, febbraio 2024: la polizia carica studenti in piazza per la Palestina. Roma, ottobre 2024: manganellate su un corteo autorizzato. Milano, aprile 2025: cariche contro un corteo pro Palestina e contro il decreto sicurezza Lo sciopero generale di settembre 2025: fermi, denunce, fogli di via. Udine, ottobre 2025. Roma, ottobre 2025. Torino, gennaio 2026.
Se li mettiamo in fila, vediamo un pattern che non ha bisogno di commenti. Non sono incidenti, è una scelta politica, dove ogni episodio produce lo stesso ciclo: scontri, titoli sulla violenza dei manifestanti, decreto sicurezza. Il dissenso diventa emergenza. L’emergenza diventa legge. La legge restringe lo spazio del dissenso successivo. E il ciclo ricomincia.
Ma a chi serve tutto questo?
Non certo a chi era in piazza, che volevano lo spazio restituito e il ddl sicurezza ritirato, e hanno ottenuto un decreto più duro. Non ad Askatasuna, che ha perso la sede e guadagnato procedimenti penali per i militanti. Non ai movimenti, che ora sono più isolati di prima.
Serve al governo, che ha usato gli scontri per giustificare il decreto che aveva già pronto? Serve a una narrazione securitaria, che possa trasformare il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico? Serve a cancellare la domanda: perché tutte quelle persone erano in piazza?
Perché nessuno, nessun titolo, nessun editoriale, nessuna intervista, ha chiesto perché?
Ma forse la domanda giusta non è perché, ma chi: la domanda che nessuno fa.
Chi possiede i giornali che hanno costruito questa narrazione? La Stampa, il giornale di Torino, appartiene a GEDI, proprietà della famiglia Elkann. Repubblica è stesso gruppo. Due testate, stessa proprietà (anche se le due testate sono in vendita), stesso frame. La “libertà di stampa” in mano a un padrone è libertà o è proprietà? E la proprietà ha degli interessi?
Chi produce le armi che i movimenti contestano? Leonardo, il colosso della difesa con sedi in varie città, che ha contratti con Israele, con l’Arabia Saudita, con mezzo mondo. I cortei degli ultimi mesi sono passati davanti alle sedi. La connessione tra chi produce armi, chi possiede i giornali che criminalizzano chi protesta contro quelle armi, e chi governa, non è complottismo. È la struttura dell’economia italiana, verificabile, documentata, pubblica.
C’è un dato che quasi nessuno ha collegato. Revelli lo ha fatto, nell’intervista al «Corriere Torino» di novembre. Le barriere operaie di Torino, come Barriera di Milano e Borgo San Paolo, le zone dove la protesta ha sempre covato, erano rosse. Oggi non è che quella gente sia diventata fascista. È che non si vede un futuro, le fabbriche hanno chiuso, le promesse non sono arrivate, e chi prometteva da sinistra ha smesso di farsi vedere.
In mezzo, il vuoto. E nel vuoto cova la rabbia. Una rabbia che non ha ideologia (come dice Revelli, «non ce n’è nemmeno un grammo»), ma che però ha cause materiali concrete. Quando decine di migliaia di persone scendono in piazza, non scendono per un’idea astratta. Scendono perché la casa costa troppo, il lavoro non c’è o è precario, la sanità pubblica viene smontata pezzo a pezzo e privatizzata, gli spazi dove stare insieme chiudono, e chi governa risponde con i manganelli.
E poi ci stupiamo se qualcuno reagisce?
«Se nei protagonisti delle enormi manifestazioni di questi mesi ci fosse anche solo un’ombra di spirito terroristico, saremmo già di fronte a un’insurrezione» (Revelli). Decine di migliaia di persone in piazza, mesi di cortei, e nessuna insurrezione. La narrazione degli anni di piombo, evocata da Crosetto, da Meloni, persino dall’ex magistrato Caselli che cita il cardinal Martini: «chi getta il sasso oggi domani impugnerà la pistola», non regge alla logica. È solo uno spauracchio agitato per giustificare la repressione di un conflitto sociale che ha cause precise, nomi precisi, responsabilità precise.
Ma nominare le cause, i nomi, le responsabilità porta fuori dal frame. Dentro il frame c’è solo: violenza sì, violenza no. Un dibattito infinito su niente, mentre il decreto passa, lo spazio si chiude, e alla prossima manifestazione avremmo meno diritti della precedente.
La domanda non è se la violenza è giusta o sbagliata. La domanda è: perché decine di migliaia di persone erano in piazza, nessuno ce lo ha raccontato?